Uzbekistan

Ottobre 2024

Era da qualche anno che pensavo a questo viaggio, più precisamente dal momento in cui ho visto il roadmovie “Pozzis, Samarcanda” (2021 Rodaggio Film), storia incredibile di un motociclista 73enne che parte da un paesino della Carnia in sella alla sua Harley Davidson del 1939 per arrivare fino a Samarcanda. Nel film si succedono tanti eventi sfortunati che mettono in serio dubbio l’obiettivo finale, ma anche tanti incontri, momenti esilaranti, situazioni di scambio e condivisione, fino ad arrivare al momento che immortala il protagonista con la vecchia moto sulla piazza del Registan. Quest’immagine imponente, appagante, sacra mi ha talmente colpita da iniziare a desiderare instancabilmente di visitare un paese di cui, lo ammetto, non sapevo granchè fino a quel momento. E l’Uzbekistan non mi ha delusa.

KHIVA

Arriviamo all’aeroporto di Urgench alle 5 del mattino quando fa ancora buio. Al controllo passaporti sono tutti molto gentili e sorridenti, ci dicono “Welcome to Uzbekistan” ed è un’accoglienza istituzionale a cui non sono abituata, se penso ai nostri controlli con poliziotti spesso imbronciati e frettolosi. All’uscita ci attende un ragazzo alla guida di un automezzo che diventerà presto familiare: una via di mezzo tra un minivan e un furgoncino, la Marshrutka. Guida per una ventina di minuti, mezzo addormentato ma sorridente, qualsiasi tentativo di scambio di parole risulta vano, mentre all’esterno sorge l’alba e si inizia ad intravedere il paesaggio che ci accompagnerà per le prossime giornate: terra arsa e sabbiosa, alberi dal fusto piccolo e gentile persi in un territorio dall’orizzonte vastissimo. Ci lascia all’ingresso delle mura (Kunya Ark) di Khiva, mi sento stordita dal viaggio e dalla stanchezza, muovo qualche passo all’interno di stradine strette che si snodano tra case di argilla e fango dai profili dolci e sinuosi, con i tetti arrotondati e mi sembra di entrare in una delle favole de Le mille e una notte. Dormiremo per un paio di notti all’interno della città vecchia, Itchan Kala, in una guest house piuttosto spartana nell’offerta alloggiativa e nell’accoglienza: una donna sui quarant’anni ci mostra la nostra stanza e, nel momento in cui apre la porta, nella penombra notiamo una ragazzina che dorme avvolta in una coperta sul pavimento! Salta fuori come una molla, forse la donna le allunga pure un amichevole calcio….probabilmente la malcapitata andrà a riprendere da qualche altra parte il suo sonno interrotto. Ci lasciamo cadere sui rispettivi letti per qualche ora di necessario sonno, sognando cupole di argilla eleganti ed armoniose. Al risveglio troviamo una colazione fuori programma a base di tè e biscotti, a servircela con poco trasporto è la stessa ragazzina che abbiamo svegliato alle 6 del mattino, forse ancora, giustamente, contrariata. Non abbiamo studiato molto prima di partire, -sono dell’idea che troppe foto ed itinerari, oltre alle famigerate guide turistiche, rovinino l’attesa- e infatti tutto quello che vedremo sarà incredibilmente sorprendente.

Khiva è stata fondata più di duemila anni fa e si trova alle porte del deserto di Kyzylkum, vicino al confine con il Turkmenistan. Grazie alla sua posizione, all’interno dell’oasi che sorge sulle sponde del fiume Amu-Darya, diventa ben presto un nodo cruciale sulla Via della Seta. Nel tempo, passa dall’essere un luogo di ristoro per le carovane a centro commerciale e culturale.

Per vedere Khiva è sufficiente una giornata, anche se il tempo meriterebbe di essere vissuto lento qui. All’interno delle mura della città si trovano alcune meraviglie dell’umanità (siamo in terriorio di Patrimonio UNESCO):

Minareto Kalta Minor: dall’inusuale forma massiccia e tozza, rivestito di piastrelle in maiolica turchese, ble e verde. Nell’intenzione avrebbe dovuto essere il minareto più alto d’Oriente, ma la sua altezza si fermerà a 29 metri nel 1855.

Madrasa Muhammad Ammin Khan: per molto tempo la più grande madrasa dell’Asia Centrale, poteva ospitare fino a 260 studenti in 125 Khudjra (celle); presenta una sublime facciata decorata con piastrelle in maiolica blu e turchese.

Minareto e Moschea di Islam Khodja: 57 metri di bellezza e grazia, tempestato di motivi smaltati di colore blu, turchese, bianco.

Moschea Juma: una moschea atipica, senza cupole, gallerie e cortili, ma con un tetto sostenuto da più di duecento colonne in legno. Sul soffitto sono state ricavate delle piccole aperture per favorire illuminazione ed aerazione della sala, con giochi di luci ed ombre molto suggestivi.

Mausoleo Pakhlavan Mahmud: presenta l’unica cupola blu di Khiva, costruita in onore all’omonimo poeta e filosofo del XIV secolo. Tutto il complesso è un tripudio di maioliche verde e blu.

Queste alcune delle mete imperdibili a Khiva anche se, tra una meraviglia e l’altra, il consiglio è di prendere un tè all’ombra di un Aivan (baldacchino), fermarsi a godere di un tramonto o anche, semplicemente, sedersi e respirare un po’ della magica atmosfera di questa città sospesa nel tempo.

Il terzo giorno decidiamo di dedicarlo ad una visita in giornata alle fortezze Khorezm, a 90 chilometri circa dalla città, un tour dei castelli nel deserto intorno a Khiva. Si tratta di una cinquantina di siti con rovine di fortificazioni che risalgono a secoli fa, persi tra sabbia e steppa. Le fortezze sono affascinanti per come si sono conservate nei secoli, ma più affascinante ancora è la strada che percorriamo tra sabbia, polvere, terreni aridi e secchi che scorrono tutti uguali ai lati della carreggiata.

In una delle diverse pause troviamo un villaggio di yurte posticce per turisti e un cammello annoiato che rumina sfacciato ad un centimetro da noi, ne esce una delle immagini più care di queste giornate uzbeke.

Per raggiungere le diverse fortezze esistono molteplici tour organizzati ma noi ci affidiamo ad un tassista che ci viene indicato dalla guest house come “guida”. In realtà si tratta di un signore dai modi gentili che non parla una parola di inglese e si limita a trasportarci da una rovina all’altra, ingannando il tempo dell’attesa fumando sigarette con altre “guide”! Ad un certo punto tentiamo la carta del traduttore di Google e sul suo telefono cellulare notiamo, come sfondo, la foto del presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev. Avrà una moglie o dei figli il nostro autista? Non lo sappiamo, ma sappiamo nutre una sudditanza tale da tenere la foto del presidente come immagine più cara a cui rivolgersi. Non abbiamo fatto domande rispetto alla situazione politica in queste giornate uzbeke, nè all’autista nè ad altre persone; la sensazione è che la Repubblica presidenziale attiva dal 1991 sia ancora fortemente caratterizzata da vecchie dinamiche figlie del periodo filosovietico. Shavkat Mirziyoyev, per dirne una, è stato rieletto presidente per la terza volta consecutiva proprio nell’estate del 2023 e, secondo l’OSCE (organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) in una tornata elettorale caratterizzato da poche altre reali alternative politiche. Anche lo scenario generale pare poco incline alla libertà di stampa e alla trasparenza. Quanto abbiamo capito, insomma, è che la società uzbeka è ancora fortemente segnata da corruzione e malaffare.

Tra le poche parole che risciamo a scambiare in tutto il viaggio con il nostro autista ad un certo punto esce Somsa e, letteralmente, si illumina! Somsa, Somsa, ripete battendosi il petto come a dire “vi ci porto io!”. Infatti ci porta in un locale molto tipico e molto poco turistico, per un pranzo a base di Somsa: saccottini -solitamente- ripieni di carne e cipolla, presenti anche nella variante con patate e zucca. Ne mangiamo un paio a testa e sono sufficienti a sfamarci, dopo un po’ la carne risulta un blocco compatto di difficile digestione! Ci pensa lui a finire tutti i Somsa avanzati e, mentre usciamo, all’ingresso del locale ci mostra come vengono cotti: all’interno di un enorme vaso di argilla (forno Tandir) attaccati alle pareti interne dello stesso. Al primo colpo d’occhio è una visione simpatica e poco culinaria che non riporterò per rispetto dei Somsa 😊ma allego una foto!

VIAGGIO VERSO BUKHARA

Il giorno successivo ci svegliamo molto presto per salire sul treno che ci porterà a Bukhara. Il viaggio in treno è un’esperienza che va assolutamente fatta in questa terra di magie. Ho in mente i nostri vagoni occidentali su cui cercano posto uomini nervosi con auricolari e valigette 24ore, donne-in-carriera che parlano compiaciute ad alta voce al telefono, studenti annoiati persi nei meandri dei social: in generale, un’umanità in perpetua pena. Il treno in Uzbekistan è fatto unicamente di scompartimenti a cuccette, almeno 4 per ognuna. Ogni cuccetta, a tutte le ore del giorno, è fornita di lenzuolo, cuscino e coperta pulite, chiuse in un cellophane e pronte all’uso. Dentro ad ogni scompartimento famiglie intere, donne con borsoni pieni di cibo e pane rotondo e piatto cotto nel tandir, bambini, ragazze bellissime e uomini dall’espressione serafica. Appena saliti sistemano tutta la loro mercanzia e, con calma, aprono i tavolini e fanno merenda. In corridoio si incontrano uomini e donne, di tutte le età, andare avanti e indietro con la propria teiera a rifornirsi di acqua bollente, direttamente da una sorta di locale caldaia del treno! Gli stessi capovagone e controllori hanno una piccola cucina all’inizio di ogni vagone e cucinano tranquillamente il Plov, -non una cotoletta precotta!- Finite tutte le operazioni di merenda ognuno si sistema nella propria cuccetta: i bambini tra le braccia della mamma, i signori più corpulenti a pancia all’insù, i giovani abbracciati, ognuno nel proprio completo da letto. Nel più breve tempo cala il silenzio e si dorme. Guardo fuori dal finestrino, fino a Bukhara avremo 7 ore di viaggio con lo stesso ripetitivo paesaggio: steppa secca, qualche duna di sabbia, deserto e ancora deserto. Il mio piccolo mondo occidentale fatto di stress, corse infinite, tempi stringati, sensi di colpa per non essere riuscita a portare a termine qualcosa mi sembra così lontano e inutile. Sento la stanchezza avvolgermi e penso che voglio fare come loro, dormire nel mio lenzuolo pulito cullata dal rollio regolare del treno sulle rotaie, ed è quello che succede nel volgere di un attimo.

BUKHARA, un’altra meraviglia Patrimonio Unesco

Riordinare le idee rispetto alla bellezza da inseguire a Bukhara è impresa titanica: il consiglio è di prendersi un paio di giorni e camminare all’interno della città vecchia, ricca di stradine e vicoli nonché regno di bazar di ogni genere. Le attrazioni, che altro non sono se non il motivo per muoversi all’interno di un posto nuovo, non mancano e vengono qui riassunte al minimo:

Piazza di Lyabi Khause: uno dei centri vitali della città, presenta una vasca centrale in pietra che rappresenta un luogo di incontro per i locali;

Po-I-Kalyan: complesso che ospita gli omonimi Minareto e Moschea;

Madrasa di Ulugbek: la più antica della città e di tutta l’Asia Centrale. Ennesimo capolavoro architettonico dell’Uzbekistan

Moschea Bolo-Hauz: presenta colonne in legno eleganti e decorate insieme ad un soffitto dipinto

Palazzo Sitorai Mohi Khosa: si trova a 2 chilometri dalla città, costruito tra il 1912 e il 1918 per volere dell’ultimo emiro di Bukhara. Sono prefettamente conservate le sale da tè e di ricevimento, le stanze per gli ospiti e quelle private dell’emiro. Uno spaccato del XX secolo che si presenta in tutta l’ ostentata ricchzza dell’epoca.

Questi i luoghi imperdibili, anche se i consigli restano quelli di passeggiare un po’ a caso nelle stradine secondarie, imbattendosi magari in signori anziani che chiaccherano o giocano a carte prima di cena; visitare uno dei tanti bazar e lasciare gli occhi -probabilmente anche la carta di credito- sull’artigianato locale: tappeti, ceramiche, cibo; cenare all’aperto gustando i piatti della cucina locale (a cui verrà dedicato apposito e meritato spazio).

Deserto di Kyzylkum (“sabbie rosse”) e Dungalak Usciamo per un paio di giorni dalle rotte più turistiche -fa un po’ tristezza riconoscerlo, l’Uzbekistan sta diventando una meta sempre più gettonata per viaggi di gruppo, agenzie e gente che ci arriva a caso- per andare incontro, e cercare di scoprire, il deserto. Il pied-à-terre sarà rappresentato dalla cittadina di Nurota, che raggiungiamo in taxi, forse con qualche Sum di troppo ma abbattendo così i tempi per cercare altro genere di collegamento (verificata l’assenza della linea ferroviaria). Nurota si trova nella regione di Navoiy e sorge in un’oasi del deserto tra le terre coltivate e la steppa, non è bella, non ci sono particolari attrazioni ma è un posto in cui ci confronteremo con uno spaccato di vita reale.

Facciamo un po’ di fatica a trovare l’unica guest house reperibile sui soliti booking etc, persa nella periferia di questo grosso paese a ridosso del deserto. Il posto è bello, confortevole e la cena è buona. Nonostante la stanchezza per le diverse ore in auto ci concediamo una passeggiata all’imbrunire e scopriamo strade piene di bambine e bambini che giocano, contenti e chiassosi. Si accorgono immediatamente di noi, due straniere a piedi, e ci salutano, sorridono, rincorrono. Sono curiosi ma timidi, si avvicinano ma non sanno come approcciarsi: fanno un’estrema tenerezza. Mi ritrovo a distribuire un sacchetto di caramelle -non si dovrebbe, lo so, chissà se hanno un buon dentifricio per i denti- ed è una scena dolce quanto quei quadratini colorati e zuccherosi!

Ma ad un certo punto ci troviamo seguite da una donna sui 40 anni che porta una borsa con del pane sulla testa, è visibilmente speciale, anche lei non sa come avvicinarci. Ad un certo punto lo fa, mi prende per mano e comincia a correre tra vie e viuzze che si restringono sempre più fino ad attraversare diversi cortili, che diventano via via più poveri. Alla fine ci fa entrare in una casetta con pochi mobili essenziali e due persone all’inteno nella penombra, gli anziani genitori. Il padre, con vestiti consunti ma decorosi e un berretto in testa, sta seduto e sembra fissare il vuoto: è cieco, non riesce a  vederci. La figlia probabilmente spiega siamo due donne straniere, trovate in giro, per strada. Allora il signore inzia a parlare ad alta voce, via via a recitare, quasi a salmodiare, con il tono della voce che si alza man mano che prosegue, in quella che ci sembra lingua uzbeka Non sapremo mai di cosa si è trattato: una benedizione, una preghiera, un monito. Non ha importanza, l’ha dedicato a noi, due sconosciute giunte da un posto chiamato Friuli, mi sembra un dono magnifico quanto inatteso. Mi avvicino, mi siedo accanto a quest’uomo immerso nel buio perenne e gli prendo una mano; non ci diciamo niente ma restiamo così per un po’, la sua mano che stringe forte la mia. Sento riconoscenza e rispetto. Non lo dimenticherò mai e vorrei potergli dedicare anch’io parole antiche di salute e buon augurio.

La mattina successiva abbiamo prenotato un’uscita nel deserto con il proprietario della guest house, che si definisce “guida” ed esperto del territorio. Dividiamo l’esperienza con una coppia di giovani ventenni austriaci che ci dicono di aver già visitato India, Thailandia, Vietnam etc. Come già successo nelle fortezze alle porte di Khiva, la guida è un semplice autista che ci porta da un luogo all’altro, ci scarica dandoci venti minuti o mezz’ora di tempo autodidatta e si siede a fumare ed a controllare il cellulare. Ci accompagna su diverse postazioni sul lago Aydakul, un bacino artificiale formatosi alla fine degli anni 60 per un’esondazione del fiume Syr Darya.

Chiedo alla guida come si vive nei pochi centri abitati in mezzo al deserto, la risposta è “non bene”. Ci racconta che la gente del posto riusciva a sopravvivere grazie alla coltivazione del cotone con il poco garantito dall’Unione Sovietica ma, alla caduta della stessa unione, anche questa misera entrata si è interrotta. Le persone, quindi, sopravvivono a stento e sognano di vincere una Visa annuale per gli Stati Uniti in uno dei diversi punti vendita presenti nelle città più grandi. A questo punto è la giovane ragazza austriaca a chiedere chiarimenti: una Visa per gli USA???? Ma COME??? Qui è così bello, perché desiderare di emigrare nella patria del consumismo e delle libertà???? La giovane studentessa cittadina del mondo è veramente sconvolta, la guida non risponde e mi permetto di farlo io. Forse anche queste persone, ridotte ad uno stato di quasi indigenza hanno il diritto di desiderare una vita migliore? Di avere un lavoro, una casa, la possibilità di viaggiare per conoscere il mondo come stiamo facendo noi in questo momento? La risposta non accontenta pienamente la giovane ma semina un atroce dubbio, forse, nella sua visione romantica e perfetta dell’Uzbekistan!

L’ultima tappa di questo silenzioso tour prevede una sosta presso un villaggio tagiko sperduto nel deserto: Dungalak. Scendiamo dall’auto senza grandi aspettative, il nostro autista ci dà mezz’ora di tempo e, mentre si accinge ad accendere l’ennesima sigaretta, si siede su un tronco secco. A Dungalak è tutto secco: una distesa di sabbia fina e resa ondulata dall’azione del vento, interrotta da case poverissime con tetti di lamiera tenuti fermi da grandi sassi o pietre. Fuori dalle case qualche mucca stanca ed affamata, qualche oggetto abbandonato e tanta sabbia.

Non c’è una sola anima viva. Siamo a metà ottobre ma fa parecchio caldo. Camminiamo senza meta, guardandoci intorno con un po’ di smarrimento, fino a quando un piccolo bambino sui tre anni e la sorella, più grande sugli otto, non escono da una di queste case poverissime. Il bimbo ha il viso rotondo, la pelle scottata dal sole e gli zigomi larghi dei tagiki, sorride e mi sembra bellissimo. Ci studia per qualche secondo, poi inizia a correre formando un cerchio intorno a noi, non si ferma e ride, ride da solo, si butta a terra, si rialza e riprende a correre, è incuriosito ed emozionato dalla nostra presenza, non deve avere molti svaghi qui, nel deserto. E’ una performance che mi intenerisce fino a commuovermi. Provo ad avvicinarlo ma è timido, si nasconde dietro alla sorella, che sorride in modo gentile. Non ho più una sola caramella ma in tasca mi è rimasto un piccolo sacchetto con delle albicocche disidratate comprate ancora al bazar di Bukhara: le offro alle due splendide creature emerse dal deserto. La bambina mi dice spasiba con un inchino, mentre lui, il mio piccolo eroe, afferra velocemente il frutto secco e lo fa sparire in bocca, per riprendere a correre, rotolare, ridere. Sul più bello la nostra imperterrita guida decreta la fine della visita, dobbiamo ripartire. Io non vorrei e non vorrebbe nemmeno lui, il piccolo bambino di Dungalak che ci segue, scalzo, fino alla nostra auto. Mi volto, Beatrice ci fa qualche foto, fino a quando non arriva un vecchio signore, forse il nonno, che se lo prende in braccio allontanandolo. Inizia a piangere, a singhiozzare. Vorrei piangere anch’io, tornare indietro e non rientrare a casa mai più. Li guardo allontanarsi, il vecchio signore mi sembra affettuoso mentre consola il piccolo bimbo tagiko che si era momentaneamente innamorato di noi. Piango anche adesso, mentre scrivo. Grazie bimbo di Gundalak, guardo le foto di noi due insieme e penso che questa è la nostalgia: il tempo si è fermato in una giornata assolata nell’ottobre del 2023 e per me avrai sempre tre anni nel villaggio del deserto di Kyzylkum.

SAMARQAND

Samarcanda è forse il nome che, nell’immagnario comune, evoca in modo più diretto la Via della Seta, l’Asia Centrale, la magia di un tempo fatto di viaggi e commercio dall’enorme e sconosciuta Cina. Le sono state dedicate libri, canzoni, documentari.

In modo piuttosto casuale giungiamo alla tappa finale del nostro viaggio come Cocco e Stefano in Pozzis Samarcanda, purtroppo senza Harley Davidson. Arriviamo con l’ennesimo taxi e lasciamo le nostre cose presso l’ennesima guest house! Non ho grandi mete a Samarcanda, a parte il Registan, ed è li che ci avviamo rapidamente.

Stiamo per vedere una delle più grandiose opere di architettura islamica al mondo, letteralmente Registan significa, dal persiano, “luogo sabbioso”. Secondo la leggenda la piazza veniva ricoperta, appunto, di sabbia per coprire/nascondere il sangue dei giustiziati nelle pubbliche esecuzioni. Più realisticamente nel tempo, dal Medioevo, il Registan ha sempre rappresentato il cuore commerciale di Samarcanda. E’ formato da tre edifici principali, tre Madrasse, le università in cui si studia l’Islam:  Ulug Beg, Tilya Kori e Sher-Dor.

Camminiamo veloci mentre mi chiedo cosa proverò a trovarmi su questa piazza imponente, sognata da anni e immaginata più e più volte. Rispetto al deserto le temperature si sono decisamente abbassate, è mattina e l’aria fresca punge. Mentre ci avviciniamo alla desiderata meta iniziamo a incrociare gruppi numerosi di turisti, studenti nelle loro uniformi, taxisti in cerca di clienti, insomma, intercettiamo la vita da grande città di cui non si sentiva proprio la mancanza. Finchè il Registan è li, davanti a noi. E’ emozionante, imponente, semplicemente perfetto nella sua architettura, nei colori, nella sua maestosità. E’ la chiusura di un cerchio, il coronamento di un desiderio e mi porta, inevitabilmente, a riassumere tutte queste giornate indimenticabili. Provo gratitudine per tutto quello che ho potuto vedere ma, soprattutto, incontrare: cultura, arte, tradizione, persone. Ma, la sparo grossa, forse Samarcanda non rappresenta uno dei momenti più significativi del viaggio: è una grande città ma parecchio identificata nel suo cuore, il Registan; non vi abbiamo fatto incontri significativi, l’impressione è stata un po’ quella di una città con il ritmo solito delle grandi città.

Per assaggiare altro di Samarcanda il consiglio è di uscire dal suo punto più famoso e provare a visitare:

quartiere ebraico: è molto strano il modo per arrivarci, sul viale che va dal Registan alla Moschea Bibi Khanym si deve cercare una porticina bianca sulla destra. Proprio così, una porticina che si fa fatica a trovare ma che apre, poi, ad una parte vecchia della città. All’interno si trova la sinagoga di Gumbaz, sicuramente più “modesta” se paragonata alle Madrasse  uzbeke, ma sicuramente un luogo diverso da visitare. Sempre all’interno del quartiere, e sempre con un po’ di fatica, esiste anche un enorme negozietto vintage con migliaie di spillette di epoca sovietica, vecchi vestiti, oggetti di ogni genere, dall’uso comune fino a dischi dei primi novecento. Il proprietario è un signore gentile e sorridente, un po’ vintage pure lui.

Dopo, letteralmente, l’abbuffata di arte e architettura islamica, il consiglio è di visitare la zona più russa di Samarcanda, Viale Universitetsky (ex Abramovsky)

Ex Banca Russo-Cinese (1895): Un elegante edificio coloniale a due piani con colonne, citato tra le costruzioni più belle di quell'epoca.

Edifici residenziali e militari che si trovano lungo la strada

Dopo Samarqand si rientra in Friuli. Grazie Uzbekistan, e arrivederci.

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