“Perché ti piacciono i paesi dell’est? Non sei stanca di andare sempre li? Cosa ci trovi? Sono posti così tristi”
Quante volte mi sono sentita rivolgere commenti del genere! Quante volte ho provato a spiegare la mia visione di quei posti. Armenia, Uzbekistan, Kyrghizistan, Romania, Moldavia: cosa hanno in comune tutti questi paesi? Prima di tutto oltrepassare il confine tra il Friuli, la mia regione, e la Slovenia spalanca immediatamente un mondo affascinante figlio del concetto di frontiera ben descritto da Paolo Rumiz: “sogno, linea d’ombra da valicare, senso del proibito” (Trans Europa Express, Feltrinelli, 2015). E, sempre prendendo spunto dallo scrittore e viaggiatore triestino, l’Est sa di genuino, autentico, sofferto. Dal punto di vista sociale, economico, ideologico l’Unione Sovietica non è stata una passeggiata per le sue popolazioni, spesso molto eterogenee e spesso obbligate ad uniformarsi e ad adeguarsi rinunciando a manifestare la propria cultura e le proprie radici. Al tempo stesso, allo sfaldarsi di questo mastodontico impero ci sono stati paesi che hanno perso quel po’ di vantaggio economico e di benessere, arrivando a rimpiangere assolutismo e assenza di diritti. Ciò che mi affascina, dell’Est e dei paesi ex Unione Sovietica, sono proprio le contraddizioni, il senso di incompiuto, le mancanze e le rivincite, la rinascita e la nostalgia. E, ai giorni nostri, la curiosità ed il rispetto nei confronti del viaggiatore, l’ospitalità autentica e discreta, le stranezze e, sempre loro, le infinite contraddizioni