Bishkek e Uzbekistan
Ottobre novembre 2024
Dopo il colpo di fulmine con l’Uzbekistan accarezzo il sogno di tornarci in un modo più attivo, per mezzo di un progetto di cooperazione internazionale. Dopo un’accurata ricerca mi trovo a chiedere di poter collaborare con un’associazione no-profit svizzera che mantiene progetti e contatti in diversi paesi, tra i quali l’Uzbekistan. Mi piacerebbe poter collaborare da esterna con una scuola e, tra i contatti, sembra esserci un istituto privato in Val Fergana. Per motivi che non mi sono chiari la mia collaborazione non prende forma ma, proprio quando sto per rassegnarmi, la responsabile dei progetti mi fa sapere che esiste la possibilità di fare qualcosa in Kyrghizystan. In questo paese dell’Asia Centrale l’Associazione ha dei contatti con uno dei più importanti artisti contemporanei sulla piazza, che, tra le altre cose, ogni estate organizza dei workshop inclusivi con alcune popolazioni nomadi del territorio. Ormai è già settembre ed i workshop si sono già svolti, ma pare che l’artista abbia necessità di un volontario che lo accompagni nell’organizzazione di nuovi eventi. Non mi è chiarissimo cosa andrei a fare ma l’idea dei progetti che coinvolgono le popolazioni nomadi mi attira molto. C’è il tempo di trovarsi on line un paio di volte, sempre senza aver chiaro il mio ruolo, e mi ritrovo a prenotare i voli aerei e, successivamente, in partenza per Bishkek. Il progetto prevede di trascorrere alcuni giorni di studio nella capitale per poi mettersi in viaggio verso la Val Fergana, in Uzbekistan, per incontrare altri artisti e organizzare alcuni eventi.

BISHKEK
Il viaggio aereo prevede una sosta lunghissima all’aeroporto di Istanbul, qualcosa tipo 6 ore. Stanca di me stessa e della mia sola presenza ad un certo punto, quando non manca molto al volo per il Kyrghizystan, mi metto a chiacchierare con una donna dai tratti fortemente kirghisi, sola e stanca di attendere come me. Si chiama Chinara, è originaria di Karakol ma vive ad Amsterdam, sta andando a Bishkek per trovare la sorella ed i nipoti. E’ simpatica, ha più di 60 anni ma ne dimostra almeno 10 di meno, è acuta, osservatrice, le piace viaggiare. Ci scambiamo i numeri di telefono e ci promettiamo di rivederci nei giorni successivi, nella capitale.

Al mio arrivo a Bishkek c’è una tassista donna ad attendermi, la cosa mi piace. Non parla inglese, quindi ci sorridiamo e partiamo per il centro. Trascorrerà tutta la mezz’ora di strada al telefono parlando ad alta voce, fino a quando arriviamo in un quartiere piuttosto decentrato e mi consegna all’artista di arte contemporanea, il sig. S, che per tre/quattro giorni mi ospiterà nel suo atelier. Le sue opere sono piuttosto provocatorie: all’ingresso ad accoglierci c’è un busto di Lenin glitterato, poi c’è un enorme spazzolino da denti come installazione attaccata ad una parete, un’altra parete ancora è interamente ricoperta da pallottolieri, una coppia di statue uomo-donna è interamente composta da spillette socialiste, ovunque ci sono sculture di tutte le grandezze. Come gesto di scambio e amicizia ho portato dei biscotti tipici friulani, il mio ospite non li degna di uno sguardo e restano per tutta la sera li dove li avevo appoggiati. Prima di andare a dormire mi fa capire di riprendermeli, io resto un attimo incredula, quindi lui decide velocemente che la mattina successiva li regalerà alla donna delle pulizie.

Il giorno successivo mi accorgo che fa più freddo di quanto pensassi e che non ho qualcosa di pesante, chiedo a S. se possiamo fare un salto al mercato -non si può visitare una città senza scoprirne il mercato-. Arriviamo al mercato di Osh ed è proprio un bel bazar! Vorrei scivolare tra i vari banconi pieni di vestiti, oggetti di uso comune, piccoli souvenir ma anche frutta, verdura, dolci! Ma lui non ha tempo da perdere e mi indica con aria seria un orribile giubbotto smanicato, prendi quello. No, non mi piace. Alla risposta negativa segue uno sguardo interrogativo….com’è che rifiuto? Proseguo il mio giro e finisco per comprare un adorabile maglioncino giallo con alcuni fiori in rilievo appena accennati sulle maniche che offrono un delicato tocco mediorientale.
Finiamo la giornata in un ristorante georgiano in cui scelgo di ordinare del pollo, mentre S. cerca di convincermi che è più buona l’anatra. Io resto sul pollo, lui insiste ancora su quanto sia buona l’anatra. Vedo il mio ospite parlare con il proprietario del locale e fare le ordinazioni. Quando quest’ultimo ritorna dalla cucina mi serve l’anatra. Resto basita e di quella cena preferisco ricordare la zuppa di lenticchie, la migliore mai mangiata in tutta la mia vita.

All’atelier S. mi mostra la mia stanza al piano di sopra, è accogliente, pulita e piena di coperte calde e colorate. Mi chiedo dove dormirà lui, al piano terra all’interno dello studio ho intravisto una brandina; mi sembra una soluzione di fortuna e mi chiedo dove e come viva veramente.
Il giorno successivo scendo a colazione con il mio tablet e chiedo se sia sufficiente per il lavoro che andremo a fare. S. mi comunica che ha degli impegni di lavoro con delle persone e che posso farmi, intanto, un giro in città. Colgo volentieri l’invito e, mentre S. si chiude con fare sospetto dentro allo studio con due uomini, mi dirigo a piedi fino ad Ala-Too Square, il centro urbano e culturale della città. Costruita nel 1984 per celebrare i sessant’anni dalla costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Kirghisa fu inizialmente intitolata a Lenin, con immancabile statua posta proprio al suo centro, davanti al Museo di storia. Con il crollo dell’Unione Sovietica del 1991 la piazza viene rinominata Ala Too (catena montuosa in lingua kyrghisa) mentre la statua del padre della rivoluzione bolscevica viene semplicemente spostata sul retro del Museo.

National Historical Museum of Kyrgyzstan: imponente edificio che richiama all’architettura sovietica, come tante altre costruzioni di Bishkek, che all’interno ospita collezioni di oggetti etnografici dall’età della Pietra a tempi recenti, circa 90mila in tutto. Pezzi unici in argilla e ceramica, tessuti e tappeti tradizionali, manufatti religiosi ma anche intere sale dedicate alla cultura nomade con le immancabili yurte, costumi kirghisi, ricami tradizionali, gioielli e ancora collezioni di armi e monete. Una parte del museo è dedicata al periodo sovietico e ai tempi moderni, con fotografie, dipinti, sculture e documenti. Un museo che va assolutamente visitato per iniziare ad assaggiare il paese in cui sono da poco arrivata.

Piazza Ala-Too è davvero enorme, si tratta di un’area di quasi 40mila metri quadri, che ospita anche la statua dell’eroe locale Manas, accanto alla quale si trova una bandiera nazionale kirghisa 10 X 15 metri retta da un’asta alta 45 metri! Non avevo mai visto un così grande vessillo, talmente enorme da far fatica a sventolare anche in presenza di vento e, proprio per questo, punto fermo e rassicurante al centro della piazza. La bandiera kirghiza ha un magnifico sfondo rosso con al centro un sole con 40 raggi: rappresentano le tribù kirgise che nei secoli difesero il paese da mussulmani e cinesi. Al centro di questo sole, sempre in giallo, c’è un oggetto inscindibile dal passato nomade del paese, una yurta kirghisa stilizzata. Sull’importanza della yurta sarebbe necessario scrivere un’enciclopedia, qui mi limiterò a riportare che le tribù nomadi kirghise, originarie delle zone tra Siberia e Mongolia, trovarono rifugio ai diversi conflitti territoriali proprio in Kyrghizistan. Trattandosi di pastori che vivevano in funzione dei loro animali, spostandosi in base alle stagioni, la yurta rappresenta semplicemente la CASA, il posto in cui sentirsi al sicuro, protetti dal freddo e dalle intemperie. Le yurte sono costruite principalmente con legno, pelli e lana di pecora, e rappresentano la semplicità e la vita sobria dei popoli nomadi. Esistono svariati viaggi organizzati che comprendono alcune notti in yurta per i turisti; ammetto di averne subito il fascino, anche in Uzbekistan, ma pensandoci un attimo ho preferito passare oltre, l’idea di imitare per un paio di notti secoli di vita nomade mi ha fatta sentire inutile e plasticosa fruitrice di un pezzo di storia e di orgoglio di un intero popolo.


Oltre alla piazza, per iniziare a conoscere e visitare Bishkek, va sicuramente percorsa anche la sua via principale: Chuy Avenue (Chüy Prospekti) lungo la quale si può incontrare il più antico cinema del Kyrghizistan, costruito negli anni 60, l’Ala Too. La sua facciata a leggero semicerchio presenta dei bassorilievi che vanno da decorazioni nomadi alla stella rossa ad un cosmonauta, passando per scene che rappresentano agricoltura, lavoro, istruzione.

Victory Square: costruita nel 1985 per commemorare la vittoria sulla Germania nazista nella seconda guerra mondiale. Sotto ad una struttura curva in acciaio, formata da tre archi e che ricorda -ovviamente- una yurta, si trovano la statua di una donna che attende il ritorno del marito insieme ad una fiamma eterna. Tutto in ricordo dei soldati che persero la vita nel conflitto mondiale.


Circo di Stato: si trova poco lontano da Victory Square ed è uno dei tanti edifici modernisti della città. E’ stato costruito nel 1976 e nel 2024 si è conclusa un’importante ristrutturazione. Dovrebbe funzionare ancora come circo.

Erkindik Boulevard: Bishkek è una città ricca di verde e di parchi e questo Viale è rimasto il mio preferito tra tutti. Attraversa la città per più di due chilometri, le sue querce secolari offrono riparo dal sole durante le giornate estive, mentre la sera le panchine si riempiono di giovani e coppie. Durante la mia visita di fine ottobre ho potuto ammirarne i colori d’autunno e la normalità della vita di ogni giorno. In diversi punti, oltre agli spazi dedicati alle famiglie con bambini, si possono trovare gruppetti di persone, rigorosamente di sesso maschile e di età matura, che giocano a scacchi e ad un gioco con le pedine simili alla dama che non è la dama! Sono tanti e tutti serissimi nel loro gioco e con lo stesso copricapo: il Kalpak, fatto di feltro di lana solitamente bianca, di forma a calotta alta, usato d’inverno per riparare dal freddo e d’estate dal caldo. Il Kalpak è un simbolo dell’identità nazionale e nel 2019 è stato dichiarato Patrimonio immateriale dell’UNESCO. Ne esistono diverse varianti e lo indossano con orgoglio tutti gli uomini kirghisi, soprattutto di una certa età.


Al mio rientro presso l’Atelier S. mi comunica che siamo in partenza per l’Uzbekistan, destinazione Val Fergana, dove ci incontreremo con alcuni tra i più importanti ceramisti della zona. Finalmente succede qualcosa, penso, e chiedo come posso essere utile, infondo sono arrivata per collaborare ai suoi progetti artistici e non stiamo facendo niente. Bisogna decidere come viaggiare: aereo o taxi. Propendiamo per il taxi e lui inizia a fare dei calcoli orari rispetto ai tempi di viaggio; il suo itinerario prevede di arrivare alla frontiera la mattina molto presto, quindi si viaggerà di notte. Provo a chiedere timidamente di viaggiare durante il giorno, per poter vedere almeno dall’auto quello che sarà il paesaggio che andremo ad attraversare ma S. è irremovibile: i rapporti tra i due stati non sono proprio amichevoli e dobbiamo mettere in conto la peggiore delle ipotesi, ovvero essere rispediti in Kyrghizistan. Se arriviamo all’alba secondo S. abbiamo tutto il tempo per trovare un piano B o rientrare, cosa che sarebbe più difficoltosa nel caso in cui arrivassimo alla frontiera di sera. Mi rassegno alle sue volontà. Mentre ceniamo S. cambia argomento di conversazione e, dal nulla mi chiede come va il tasso di natalità in Europa e in Italia…. Resto un po’ sorpresa ma in un’ottica di reciproca conoscenza tra mondi così diversi imbastisco una spiegazione rispetto all’abbassamento della natalità che comprende, tra gli altri fattori, l’indipendenza e il diritto alla carriera delle donne. La sua espressione resta impassibile, anche quando mi comunica che, secondo lui, si fanno meno figli perché si fa meno sesso. Non mi pronuncio. Lui incalza e mi chiede, a bruciapelo, se alle donne italiane piace il sesso. Continuo a restare in silenzio. Con la stessa indifferenza con cui potrebbe chiedermi di passargli il sale, l’artista di arte contemporanea kirghiso mi chiede do you like sex? Non ci posso credere ma, a questo punto, rispondo che mi sembra una domanda alquanto privata alla quale non intendo rispondere. Lui non fa una piega, nemmeno quando mi alzo da tavola e me ne salgo al piano di sopra.
La mattina successiva lo evito a colazione e mi metto in contatto con Chinara, la donna conosciuta all’aeroporto di Istanbul, e ci accordiamo per andare a visitare insieme il Kyrgyz National Museum of Fine Arts Gapar Aitiev.

Chinara ha la passione per la pittura e frequenta un corso per principianti ad Amsterdam; gli occhi le brillano mentre mi racconta di tutte le decine di volte che ha visitato il museo della capitale, conosce ogni stanza a memoria. Arriva al nostro appuntamento con i nipoti, due ragazzini sorridenti ed educati, che fanno il giro di tutte le sale guardando e commentando con interesse. Accennano ad un po’ di stanchezza soltanto dopo un paio d’ore quando iniziano a chiedere di poter andare a prendere un meritato gelato. All’interno del museo non ci sono opere di spicco o qualcosa di famoso a livello internazionale, il ricordo che mi porto ancora oggi è quello di un Kyrghizistan raccontato con semplicità e tanto colore, rappresentato nei suoi soggetti chiave: yurte, immensi prati verdi, cavalli, costumi tradizionali, persone ritratte in scene di vita quotidiana. Chinara ed io ci salutiamo promettendoci di restare in contatto, cosa che sta succedendo nella realtà. Ho un’amica kirghisa.


La sera stessa c’è la partenza per l’Uzbekistan: prima di partire S. mi comunica che dobbiamo cenare, io rispondo che ho fatto una sostanziosa merenda fuori e che non mi serve. Lui insiste, io resisto con educazione, fino a quando non sentenzia now you have dinner with me. La mia risposta diventa altrettanto assertiva: I don’t eat with you e lo lascio solo in cucina. Preparo la valigia, guardo il letto in cui ho dormito con le coperte calde e colorate e penso che non tornerò più in quella stanza. Mentre usciamo saluto in silenzio l’Atelier e Bishkek.

Il viaggio in auto in Val Fergana è quanto di più surreale mi sia successo durante tutti i miei viaggi. S. si siede davanti accanto alla donna alla guida e mi spiega, seccato, che così ho tutto il sedile posteriore per dormire. Restiamo in auto per circa 7 ore, durante le quali veniamo inghiottiti da un buio pesto in un percorso fatto di curve, saliscendi, strada dissestata che ci fa sobbalzare a intervalli regolari. Mi addormento, ogni tanto mi sveglio a qualche salto peggiore degli altri e guardo fuori dal finestrino. E’ notte fonda ma ci sono diverse piccole postazioni che sembrano dogane o frontiere, con locali tipo market di strada e baracche avvolte nel classico fumo da grigliata che sa di olio bruciato e poi, soprattutto, vedo tantissime persone! Non riesco a distinguere sogno e realtà, davanti mi scorrono visi kirghisi di gente appollaiata ai lati della strada, fuori dai market e dalle baracche mentre beve o mangia. Queste postazioni tipo frontiera scorrono più volte suggestionando la mia curiosità ma non saprò mai perché tutte quelle persone si trovavano li a notte fonda, se per contrattare qualcosa, se per fare affari illegali o, semplicemente, per bere insieme ad altra gente. Non lo saprò mai e questo rende tutto ancora più surreale.
Verso le 5 del mattino arriviamo a Oš, al confine con l’Uzbekistan, e il taxi kirghiso finisce qui il suo viaggio: non è permesso entrare con un mezzo via terra. Si verifica così quanto aveva predetto S., subiamo almeno 5 o 6 posti di controllo documenti e bagaglio, in un lungo percorso fatto di stanze spoglie e grigie e i diversi addetti non sono sorridenti ed accoglienti come mi era successo l’anno precedente all’arrivo in Uzbekistan in aeroporto, quando avevo la scritta “turista” in fronte. Ad uno di questi controlli S. si volta verso di me con espressione compiaciuta e mi fa sapere che uno degli addetti ha chiesto se siamo una coppia. Non gli rispondo nemmeno. Passata tutta questa trafila formalissima arriviamo al parcheggio dei finti-taxi e S. contratta con diversi uomini, fino a quando sceglie una soluzione e ci mettiamo nuovamente in macchina. Io sono stanchissima, mi sistemo sul sedile posteriore e mi addormento immediatamente mentre i due uomini parlano tra loro in russo.

Dopo qualche ora siamo in Val Fergana, a Rishdan, importante centro di produzione di ceramica. L’auto ci lascia all’ingresso dell’International Ceramic Center, dove ci attendono un gruppo di anziani ceramisti, tutti simpatici ed accoglienti. Assisto ad una riunione tra loro in cui parlano, ovviamente, in russo. Poi facciamo un breve giro di alcuni atelier e finiamo a pranzo. Non ho idea di come mi presenti S. a tutte queste persone, probabilmente come la sua segretaria, ma sono tutti molto gentili e sorridenti. Pranziamo insieme e mangio una delle zuppe Boršč più buone della mia vita.

Ecco, questo è il fotogramma migliore della trasferta in Uzbekistan con S. perché, nel pomeriggio, mi comunica che ci fermeremo a Rishdan per 4 giorni, per poi rientrare a Bishkek. A questo punto non mi trattengo più: che fine hanno fatto i progetti con la minoranza nomade? I progetti con i bambini, le donne, i giovani? Cosa ci faccio al suo seguito a fare la bella statuina? Perché è stato tutto così incerto e nascosto fin dall’inizio??? S. ha il coraggio di ribattere: se ti piacciono così tanto i bambini puoi stare con quel gruppetto li, e mi indica dei ragazzetti che giocano in strada. E’ davvero troppo! Gli rispondo che la nostra collaborazione finisce li, su quel marciapiede di Rishdan, perché dormirò nello spoglio hotel che abbiamo prenotato e la mattina proseguirò da sola il mio viaggio in Uzbekistan. S. non fa una piega e se ne va a cena con gli altri, senza invitarmi. Non lo rivedrò e sentirò mai più.
Nei 4 giorni surreali trascorsi nel suo atelier ero riuscita a scoprire che S. ha moglie e diversi figli e che sta a casa con loro “quando vuole”. Della moglie non parla, dei figli dice poco e con distacco. Il ruolo della donna in Kyrghizistan è ancora parecchio svalutato, in alcuni paesi esiste ancora la triste pratica dell’uomo che rapisce la ragazza che intende sposare, l’Ala Kachuu (in kirghiso алакачуу), e dal quale è praticamente impossibile riesca a liberarsi. Per fortuna esistono però anche tante associazioni che sostengono il percorso di emancipazione delle ragazze e delle donne e, negli anni, sono stati fatti dei piccoli passi in avanti.

Ad accogliermi a Kokand ci sono pioggia e vento. Il mite e soleggiato ottobre uzbeko di un anno fa è un ricordo lontano, così come le città d’arte islamica circondate dal deserto. A prima vista non mi sembra una città imperdibile, di sicuro c’è poco turismo e faccio infatti fatica a trovare un posto accogliente in cui dormire. Trovo una sorta di ostello spartano e nemmeno troppo economico, collocato su una strada trafficata e con una palestra al piano superiore, nessuna ospitalità familiare, nessun paesaggio esotico. Dopo aver sistemato il bagaglio e aver capito cosa vorrei visitare esco dalla mia stanzetta e su un terrazzo esterno coperto trovo due ragazze che sembrano due dipendenti dell’ostello, mentre si preparano il pranzo. Sento un profumo irresistibile di spezie e verdure saltate, mi viene spontaneo sorridere e complimentarmi per tale produzione culinaria. Una delle due ricambia il sorriso e mi invita a pranzare con loro. No, non è il caso e cerco di declinare, mentre il profumo si fa ancora più invitante. Decido così di accettare e mi fanno posto al loro tavolo, mentre proprio al centro viene riposto un enorme piatto con quella che sembra una pasta alle verdure. Cerco un piatto per me ma le ragazze mi fanno intendere non è necessario, mi porgono una forchetta e spiegano che si mangia così, tutte insieme dallo stesso contenitore. Penso con convinzione sia il cibo più buono abbia mai mangiato, uno di quei piatti dai “mille sapori”, e mi gusto ogni forchettata mentre le mie ospiti parlano tra loro e ridono, complici. Mi chiedo che vita possano avere, se sono felici, che cosa sognano; quello che è sicuro è che sono amiche e mangiano insieme con leggerezza e spontaneità. Mi sembra davvero bello, insieme al fatto abbiano offerto il loro pranzo ad una perfetta sconosciuta. Sarà il ricordo più bello di Kokand.

Mi reco quindi alla Jami Mosque, che si trova su Piazza Chorsu, uno dei luoghi più frequentati della città. La sua versione attuale risale al XIX secolo, quella originale fu distrutta durante le invasioni mongole, e presenta un ampio cortile interno che ospita un khanaka (alloggio per i viaggiatori) e un grande aivan (una sala aperta). Quest’ultimo è sostenuto da 98 colonne mentre il hanaka vanta un soffitto alto e splendidamente dipinto. Al centro del cortile l’immancabile minareto, in questo caso alto oltre 22 metri. Le colonne sinuose in legno, i soffitti dipinti e la bellezza dell’intera struttura la avvicinano ai più famosi monumenti architettonici di Khiva e Bukhara.


Sempre sotto la pioggia battente mi reco al Palazzo Khudàyar Khàn, la residenza dell’ultimo sovrano del Khanato di Kokand. Sono praticamente l’unica visitatrice e all’ingresso trovo tre uomini in divisa militare che mi fanno il biglietto e poi riprendono a parlare o escono a fumare. La struttura risale al 1871 ed è davvero enorme, presenta quattro minareti, sette cortili e 119 stanze, mentre la facciata di ingresso e ricoperta di colorate piastrelle in maiolica. Attualmente sono visitabili soltanto 2 cortili e 19 stanze, a testimoniare lo sfarzo e la grandezza dedicate al sovrano. E’ visibile anche un museo di storia locale, con elementi del passato e del presente di Kokand.


La pioggia molla un po’ la presa nel tardo pomeriggio, mentre mi reco al Mausoleo di Madari Khan, che si trova dentro al cimitero centrale. Dall’inizio della visita mi segue un signore anziano, sulla settantina, che si spaccia per il custode e cerca di illustrarmi il posto in un misto di russo ed uzbeko intervallato da parole in italiano internazionale quali sole mio, Roma, bella Italia. Il Mausoleo Madari Khan è una tomba piccola con portale a cupola, abbellito da piastrelle in maiolica che lo rendono subito visibile in mezzo alle altre costruzioni ed è stato edificato in onore della madre di Umarkhan. Non piove più ma il cielo è plumbeo e carico di nuvole ancora gonfie e minacciose, sta quasi scendendo il buio e mi rendo conto di girare tra le tombe con un tizio che potrebbe essere chiunque. In tutta sincerità non ho nessuna paura, siamo in Uzbekistan e le persone sono pacifiche e rispettose. Alla fine del giro ci salutiamo e mi lascia intendere una mancia è gradita: gli consegno qualche Sum, mi appare subito contento mentre si allontana salutando calorosamente con le sue parole italiane.

Prima di fare rientro all’ostello cerco un posto in cui cenare, ma è ripreso a piovere con raffiche di vento che mi raggiungono fino alle ossa ed entro, a caso, nel primo luogo di ristoro che incontro. E’ un ristorante turco e mi sembra elegante e sfarzoso, penso di trovarmi in un posto da ricchi benestanti. Siedo ad un tavolo apparecchiato di tutto punto, ordino una zuppa di lenticchie e delle verdure al forno, tra una portata e l’altra bevo tè preparandomi ad un conto salatissimo. Questa meravigliosa cena mi costerà l’equivalente di sette euro.


Si chiudono così il mio soggiorno a Kokand e in Val Fergana, sono state giornate strane in cui ho visto e conosciuto comunque cose belle, ma ho necessità di cambiare pagina: la mattina successiva salirò su un treno che mi porterà direttamente a Tashkent.

A proposito della capitale sulle solite guide avevo letto: trascurabile, saltatela pure, niente di che. Come sempre meglio non farsi condizionare troppo dai giudizi di altri viaggiatori, anche se viaggiano per mestiere o fanno i blogger etc. Tashkent è una città che unisce antico e moderno, tradizione e innovazione, vecchio e nuovo. Ci sono interi quartieri avvenieristici accanto a zone rimaste ferme all’architettura degli anni dell’Unione sovietica, per finire con i luoghi secolari della parte di città vecchia Eski Shakhar. Partendo dalla città vecchia come non inizare dal locale mercato? Il Chorsu Bazaar, centro della vita commerciale e tradizionale della città, aperto dalle 7.00 del mattino a sera inoltrata che offre, oltre ai soliti settori di verdura, frutta, capi di abbigliamento e di artigianato, un’enorme area gastronomica in cui mangiare benissimo spendendo l’equivalente di qualche euro. Al centro del mercato un’enorme cupola azzurra, riferimento e punto d’incontro storico dai tempi della Via della seta.
Madrasa di Kukeldash: si trova proprio vicino al Chorsu Bazar, si tratta di una costruzione originaria del 1570, nel corso dei secoli più volte modificata, abbandonata e riconvertita. Durante il periodo sovietico, a metà del XX secolo, la Madrasa di Kukeldash fu utilizzata per esposizioni museali a carattere ateistico, in pieno contrasto con la sua natura originaria di luogo di studio dell’Islam. Attualmente viene nuovamente utilizzata come istituto religioso in cui vengono ammessi ogni anno 100 studenti. Dopo la laurea presso la madrasa, gli studenti hanno la possibilità di essere assegnati a una delle moschee in Uzbekistan oppure di proseguire gli studi in un’università laica.
Un’altra caratteristica della città vecchia sono le Mahalla, i tradizionali quartieri in cui sono presenti dei cortili interni che diventano teatro della vita più autentica dei locali abitanti.

Un altro luogo da visitare a Tashkent, molto diverso da quello appena presentato, è l’Amir Temur Square, intitolata a Tamerlano e che si trova proprio al centro della capitale, come al centro della Piazza svetta la statua dedicata al famoso comandante del XIV secolo. Alla base dell’opera, in quattro diverse lingue, c’è inciso il famoso motto: “La forza è nella giustizia”. Attorno alla Piazza diversi edifici: il Museo Amir Timur, la facoltà universitaria di giurisprudenza, la torre dell’orologio (uno dei simboli di Tashkent) e l’Hotel Uzbekistan tutt’ora un hotel ma, soprattutto, un perfetto esempio di architettura brutalista post sovietica. E’ possibile salire all’ultimo piano anche solo per consumare qualcosa al bar.


Un’altra chicca della città è rappresentata dalle fermate della metropolitana: vere e proprie opere d’arte decorate con marmo, lampadari, mosaici e ceramiche. La progettazione risale alla fine degli anni Sessanta quando, dopo un devastante terremoto che distrusse la città, si approfittò della necessità di ricostruire per creare delle infrastrutture più moderne.


L’ultima tappa di questa seconda volta in Uzbekistan è fissata nella zona montuosa/deserica di Jizzax, nel piccolo villaggio di Ukhum, che decido di raggiungere con un taxi condiviso. Il viaggio dura diverse ore di auto su una strada sconnessa che taglia in due la steppa, un paesaggio secco ed inospitale con un orizzonte che sembra non avere mai fine. Ed è su questo scenario che vedo scorrere le ultime ore di luce della giornata, il tramonto, le ombre che si allugano e il buio che, lentamente, avvolge tutto. Arriviamo che è sera, il freddo è davvero pungente e non risparmia nemmeno la guest house che ho prenotato in mezzo al nulla. Proprio a causa del freddo vengo invitata a cenare insieme a tutta la famiglia che mi ospita, proprio nella cucina privata. Si tratta di una stanza abbastanza grande, con un bel tappeto spesso e colorato su cui è sistemato un tavolo basso già apparecchiato con piccoli piatti tutti uguali, tazzine da tè, frutta e verdura fresche. Ci sediamo sul tappeto e mangiamo così, a gambe incrociate.

La famiglia è di origine tagica, coppia di anziani genitori con due figli sui 30 anni e rispettive famiglie che si sono avventurate nell’operazione di avviare un b&b. C’è il fuoco acceso e si sta veramente bene, mentre mangiamo Plov, il piatto tipico uzbeko: riso bianco accompagnato con verdure, carne, uva secca e tante spezie saporite e colorate. Mi lascio distrarre da un mucchio di cuscini e coperte ammassati in un angolo della cucina, riesco a farmi raccontare che durante l’inverno questa è l’unica stanza riscaldata e quindi, dopo cena, verso le 8, dopo aver sparecchiato e spostato la tavola ci si prepara per la notte. Ognuno prende i propri cuscini e si sistema accanto agli altri, si dorme tutti insieme in una situazione quasi animale, vicini a tenersi caldo ed a ripararsi dall’inverno. Provo ad immaginare questa situazione di promiscuità tra vecchi, giovani e bambini, tra chi parla nel sonno, chi russa pesantemente e chi sogna, al calore del fuoco che si spegne lentamente mentre fuori piove o nevica.

La mattina successiva mi sveglio presto, l’aria è frizzante, una coltre bianca lattiginosa sembra riparare la terra e le rocce asciutte della steppa uzbeka, nella penombra. Lentamente si comincia ad intravedere la pallida luce del sole e, dopo la confusione delle città, delle strade, dei bazar, del traffico finalmente c’è silenzio, rotto tutt’al più dal ragliare degli asini o dai muggiti delle mucche. Una camminata di poco meno di due ore mi porta al villaggio vero e proprio e mi fa capire che la guest house, seppur modesta e spartana, è la parte più ricca e fortunata della zona. La case qui sono formate da sassi e pietre, talvolta tenute insieme da sterco di mucca, le strade sono sterrate, non esiste l’ombra di un negozio o di un’attività. Le uniche persone che incontro sono alcune giovani -bellissime- ragazze che stendono la biancheria nei cortili, qualche piccolo bambino che scappa subito in casa e diversi asini e mucche che girano senza meta in mezzo alle baracche. Le maioliche colorate delle madrase di Khiva e Bukhara, la ricchezza avvenieristica di alcuni quartieri di Tashkent sono lontanissime, sembra di stare in un villaggio rurale del Friuli degli anni Trenta, con ancora meno risorse agricole.


Chi è rimasto a vivere in questo posto dimenticato a stento riesce a mettere in tavola la carne derivante dall’allevamento insieme a qualche prodotto della terra, che è arida e montagnosa. Anche scaldarsi è difficoltoso, gli alberi sono talmente scarsi che l’unico bosco di noci presente in zona è un’area protetta e non sfruttabile per fare legname.

Torno alla guest house per cena, sempre insieme alla mia famiglia tagica. Noto quanto avevo già inteso la prima sera: gli uomini stanno a tavola in mia presenza, sorridono, mangiano, cercano di comunicare, mentre l’unica a lavorare (cucinare, portare in tavola, sparecchiare, pulire) è la moglie del figlio maggiore. Si tratta di una giovane donna sui 30 anni che sembra averne almeno dieci di più, di bassa statura, magra, con i capelli neri nascosti sotto ad un fazzoletto che fa da cornice al bel viso dai tratti gentili. Si chiama Gulandom, nome che deriva dal persiano e che significa “rosa”. Ad un certo punto cerco di trattenerla a tavola con noi, lei scuote la testa come a dire che non è necessario, mentre il cognato mi spiega con naturalezza che lei non può mangiare, deve servire la cena. Lo stesso cognato, l’unico a parlare un po’ di ingelese stentato, racconta poi della sua passione per i cavalli e per il Kupkari o Uloq, una sorta di sport tradizionale praticato in tutta l’Asia centrale in cui i partecipanti, in sella ai cavalli, si lanciano la carcassa di una pecora senza testa, immagino tipo imbalsamata, fino a depositarla in un’area prestabilita del campo. Mentre racconta si illumina e si entusiasma e mi conferma di essere un bravo giocatore di Uloq.

La mattina successiva, mentre attendo il taxi per Tashkent dove inizierò le operazioni di rientro in Friuli, con un sorriso timido e discreto Gulandom mi porge una mela per il viaggio. Vorrei chiederle tante cose, capire come vive veramente ad Ukhum, chiederle se è felice, ma non c’è tempo: sotto braccio ha già le lenzuola tolte dal mio letto e nella mente la lista di decine di faccende da sbrigare in una nuova giornata che inizia, un’altra ancora.

A Tashkent ho una coincidenza per Bishkek, da dove tutto è partito. Trascorro quelle che sembrano ore infinite tra aeroporto della capitale dell’Uzbekistan e, successivamente, del Kyrgyzistan, mentre mi accorgo che fa sempre più freddo. All’aeroporto di Manas ho qualcosa come 7 ore di attesa e mi trovo rimbalzata dalla sala d’aspetto normale, piccolina e con pochi viaggiatori, a quella vip che è enorme e praticamente deserta. Ci sono delle poltrone parecchio comode, un negozietto di souvenir con un’annoiata bella ragazza che non ha nessuna voglia di vendere, un bar senza clienti. Dopo un po’ mi prendo le valigie e decido di tornare all’area-comuni-mortali. C’è un pezzo di strada da percorrere all’aperto e da un po’ sta piovendo; ho un ombrellino di fortuna sotto il quale ripararmi, ma fa sempre più freddo. Mentre cammino con le mie scarpe da ginnastica estive, i calzini corti, una maglietta leggera sotto alla giacca a vento, mi acccorgo sta nevicando. Prima qualche fiocco incerto e, nel volgere di qualche minuto, dei veri fiocchi bianchi enormi. Mi sembra un saluto veramente romantico, da film, camminare sotto la neve i primi giorni di novembre a Bishkek, una sorta di promessa e di arrivederci.

